di kres | Ago 7, 2026 | A. Prato, Team

Il ROI nel digital marketing: perché non basta dividere ricavi e costi

Quando si parla di digital marketing, una delle domande più frequenti è: "Qual è il ritorno sull'investimento?". È una domanda più che legittima, ma spesso viene affrontata con una formula troppo semplificata: dividere i ricavi generati per i costi sostenuti.

Sebbene il ROI (Return on Investment) rappresenti un indicatore fondamentale per valutare l'efficacia delle attività di marketing, limitarsi alla formula classica rischia di fornire una visione parziale – e talvolta persino fuorviante – delle reali performance di un progetto digitale.
Per comprendere davvero il valore di un investimento online è necessario considerare diversi fattori che incidono sui risultati, dalla marginalità dei prodotti fino al valore che un cliente genera nel tempo.

La formula del ROI è solo un punto di partenza

La formula tradizionale del ROI è semplice:
ROI = (Ricavi - Costi) / Costi × 100
Questo calcolo permette di capire se un investimento ha prodotto un ritorno economico positivo. Tuttavia, nel digital marketing i percorsi di acquisto sono sempre più complessi e raramente un cliente completa il proprio processo decisionale dopo una sola interazione.
Pensiamo, ad esempio, a un utente che scopre un'azienda tramite una campagna Google Ads, legge alcuni articoli del blog trovati su Google, si iscrive alla newsletter e, dopo alcune settimane, conclude l'acquisto tornando direttamente sul sito.

Attribuire l'intero ricavo all'ultimo clic significherebbe ignorare il contributo di tutte le attività precedenti.

Non tutti i ricavi hanno lo stesso valore: la marginalità

Uno degli errori più comuni consiste nel valutare esclusivamente il fatturato generato.
Due campagne possono produrre lo stesso volume di vendite, ma avere una redditività completamente diversa. Vendere un prodotto con un margine del 10% non equivale a venderne uno con un margine del 50%.
Per questo motivo, un'analisi realmente efficace dovrebbe considerare la marginalità, ovvero il profitto effettivo ottenuto dopo aver sostenuto tutti i costi legati alla vendita.
In molti casi una campagna che genera meno fatturato può risultare molto più profittevole rispetto a una che produce ricavi elevati ma margini ridotti.

L'importanza dell'attribuzione

Nel digital marketing ogni conversione è spesso il risultato di più punti di contatto.
SEO, campagne pubblicitarie, email marketing, social media e traffico diretto collaborano tra loro accompagnando l'utente lungo tutto il percorso d'acquisto.
È qui che entra in gioco il concetto di attribuzione, cioè il modello utilizzato per stabilire quale canale abbia contribuito alla conversione.
Affidarsi esclusivamente al modello "last click" può portare a decisioni sbagliate, come interrompere investimenti SEO o attività di content marketing che magari non generano conversioni immediate ma sono fondamentali per creare fiducia e alimentare il funnel di vendita.
Una corretta attribuzione permette invece di distribuire il valore della conversione tra tutti i canali coinvolti, ottenendo una fotografia molto più realistica delle performance.

Incrementalità: capire cosa sarebbe successo senza marketing

Un altro concetto sempre più importante è quello dell'incrementalità.

La domanda da porsi non è soltanto "quante conversioni abbiamo ottenuto?", ma soprattutto:

Quante di queste conversioni sarebbero avvenute anche senza il nostro investimento pubblicitario?

Alcuni clienti avrebbero acquistato comunque, magari perché già conoscevano il brand o perché avevano deciso da tempo di effettuare l'acquisto.
Misurare l'incrementalità significa cercare di isolare il reale contributo delle attività di marketing, distinguendo i risultati effettivamente generati dalle campagne da quelli che sarebbero arrivati in modo naturale.
Questo approccio consente di allocare il budget in modo molto più efficiente e di evitare investimenti poco performanti.

Obiettivi concreti aiutano tutto il team a lavorare nella stessa direzione e permettono di valutare con precisione i risultati ottenuti.

Il Customer Lifetime Value cambia la prospettiva

Uno degli aspetti più sottovalutati nella misurazione del ROI riguarda il Customer Lifetime Value (CLV), ovvero il valore economico complessivo che un cliente genera durante tutta la relazione con l'azienda.
Immaginiamo due campagne:

La prima acquisisce clienti che effettuano un solo acquisto

La seconda porta clienti che acquistano più volte nel corso degli anni

Se ci limitassimo al primo ordine, le due campagne potrebbero sembrare equivalenti. In realtà, la seconda ha un valore molto più elevato perché genera ricavi ricorrenti nel tempo.
Per molte aziende il vero ritorno sull'investimento non si misura nei primi trenta giorni, ma nell'arco di mesi o addirittura anni.

Un approccio più strategico alla misurazione

Il digital marketing moderno richiede una visione più ampia rispetto al semplice rapporto tra ricavi e costi.
Per valutare realmente l'efficacia di una strategia è importante analizzare contemporaneamente diversi indicatori: marginalità, attribuzione, incrementalità, Customer Lifetime Value e qualità dei clienti acquisiti.
Solo integrando questi elementi è possibile comprendere quali attività stanno creando valore reale per il business e prendere decisioni basate sui dati, non su metriche superficiali.
Il ROI rimane uno strumento indispensabile, ma rappresenta solo una parte del quadro. Una misurazione evoluta permette di ottimizzare gli investimenti, migliorare la redditività delle campagne e costruire strategie di marketing orientate alla crescita sostenibile nel lungo periodo.

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